Errori da evitare nella lingua italiana

Accento e apostrofo non sono la stessa cosa

Il primato non poteva che spettare ai già citati accento e apostrofo: parole come “perché”, “cioè”, “però”, “giù” e così via vanno scritte con il primo e non con il secondo dopo la vocale (*perche’, cioe’, pero’, giu’); in questi casi, l’uso dell’apostrofo è accettabile – ma non da consigliare – solo quando si utilizzano le maiuscole, e cioè qualora doveste scrivere “PERCHE'” in luogo di “PERCHÉ”;

Non confondere accento acuto e accento grave

Sempre a proposito di accenti, ricordate che tutte le parole che terminano con -ché o -tré vogliono l’accento acuto e non quello grave (quello di “cioè”, per esempio); ci sono anche altri casi, come il passato remoto di alcuni verbi (“poté”, “batté” etc…), ma la regola generale è questa; tutto il resto degli accenti – su tutte le altre vocali finali, quindi – è sempre grave (“però”, “giù”, “lì”, “vedrà”). Confondere l’accento acuto con quello grave non è un errore madornale – in fin dei conti, l’accento è stato indicato -; non si tratta, però, neanche di una sottigliezza: ecco perché, qualora questo argomento vi fosse nuovo, i nostri consigli sulla corretta accentazione delle vocali finali faranno proprio al caso vostro.

Apostrofo solo con elisione e non con troncamento

Ancora sull’apostrofo: questo segno va indicato soltanto quando c’è elisione e non troncamento; scriverete, quindi, “buon amico” e non *buon’amico, “buon uomo” e non *buon’uomo; “buon’amica” e non *buon amica; la stessa raccomandazione vale per “qual è”, che va scritto senza alcun segno; il trucco per capire se utilizzare o meno l’apostrofo è piuttosto semplice: lo troverete spiegato chiaramente proprio in questo approfondimento su “qual è”.

Le parole hanno un significato: non parlate a caso

Esistono anche errori di tipo lessicale: se avete dubbi su una parola, e non siete in grado di ricostruirne l’evoluzione per risalire alla forma corretta, utilizzate il dizionario; online o cartaceo, poco importa: Internet dispone di grandissimi strumenti per la ricerca di lemmi (pensate, per esempio, al Sabatini-Coletti, cui facciamo molto spesso riferimento, ma non solo); un errore classico potrebbe riguardare la resa della parola “accelerare”: non tutti sanno che non si scrive *accellerare, perché il verbo deriva da “celere”, che certamente non vuole una doppia “l”.

Coniugazione dei verbi irregolari

Attenti alla coniugazione dei verbi irregolari o dei verbi composti; per quanto riguarda i primi, il dizionario e una buona dose di memoria sono indispensabili; per i secondi, invece, è sufficiente coniugare il verbo-base e unirlo, poi, a tutto il resto (se, per esempio, non vi ricordate se si scrive “soddisfando” o “soddisfacendo”, chiedetevi qual è il gerundio di “fare” (“facendo”); anteponetegli soddisf- e tutto andrà per il verso giusto.

Anche nomi e aggettivi plurali presentano irregolarità

Non dimenticate che anche il plurale dei nomi e degli aggettivi presenta delle irregolarità; fate attenzione, per esempio, a sostantivi come “psicologo”, “medico”, “chirurgo”, per i plurali dei quali, pur non essendo prevista una regola ben precisa, è bene seguire i consigli dei linguisti oppure affidarsi al dizionario.

Evitate le ridondanze

Le ridondanze vanno evitate. Molti le classificano come veri e propri “orrori grammaticali“, ma non è proprio così in alcuni casi: “a me mi” e “ma però”, per esempio, vanno sì evitati, ma non condannati a prescindere; hanno alle spalle, infatti, delle attestazioni letterarie di tutto rispetto – Dante Alighieri, per esempio -. “Ridondanza” sta per “ripetizione”, ovviamente: nel caso di “a me mi”, non si fa altro che ripetere il pronome due volte, prima nella sua forma tonica (“me”); poi nella sua forma atona (“mi”).

No al “che” polivalente

Altro errore diffuso e ingiustificabile è l’utilizzo del “che” polivalente. Il pronome relativo “che”, infatti, può avere solo funzione di soggetto o complemento oggetto; sarebbe scorretto, perciò, scrivere *la valigia che ci ho messo dentro la roba invece di “la valigia in cui ho messo la roba”. Discorso diverso, invece, quando “che” assume valore temporale: è meglio scrivere “il giorno in cui sono nato” rispetto a “il giorno che sono nato”, certo, ma in questo caso entrambe le forme sono accettate (per vari motivi: uno fra tutti, le molte attestazioni presenti nella letteratura italiana).

SOS punteggiatura, tra pause deboli e forti

La punteggiatura conferisce il ritmo che volete al testo; è da essa che dipende, per di più, il grado di leggibilità di ciò che scrivete: non ci sono, perciò, delle regole ben precise, se non qualcuna; dovete utilizzare, per esempio, i due punti quando servono (per spiegare meglio o descrivere qualcosa), senza sostituirli mai con la virgola; i segni di pausa debole, infatti, non vanno mai confusi con quelli di pausa forte (punti interrogativo ed esclamativo, punto e virgola, due punti, punto).

Mai la virgola tra soggetto e verbo

Sempre a proposito della punteggiatura, evitate la virgola tra due parti del discorso strettamente collegate fra loro: per esempio, tra soggetto e verbo; nome e aggettivo; verbo e complemento oggetto: l’errore è grave e può essere giustificato solo come “licenza poetica”.

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